Quando l’Amore Per Il Proprio Lavoro Diventa Una Storia Di Coraggio…

Oggi non voglio parlare nè di strategie di marketing nè di potenzialmente tediosi argomenti. Preferisco invece raccontarti una storia reale che parla di un professionista qualunque ma, a suo modo, diverso da tanti. E’ una storia di coraggio, personale e professionale, che ha suscitato in me profonda ammirazione.

Come è iniziato tutto

Venerdì 19 maggio, ore 15. Il mio cellulare squilla.

Può sembrare strano ma alzo gli occhi al cielo perché è altamente probabile che si tratti del solito personaggio che esordisce con “scusi, quanto costa un sito?” (sottintendendo probabilmente “all’etto” o “al kg.”)  e quindi devo prepararmi psicologicamente alla risposta di rito che (succintamente) è “gentile signore, ha provato a chiedere al banco salumi della Conad?”.

Quando rispondo l’interlocutore mi dice:

Buongiorno ingegnere, sono il dott. Rossi, un commercialista qui del suo quartiere, la chiamo perché sto perdendo clienti importanti ed ho motivo di ritenere che se le cose continuano così e non faccio qualcosa per innovare il mio modo di lavorare e riprogettare l’attività del mio studio a breve sarò costretto a trarne le conseguenze. Sono convinto che un consulente di marketing digitale possa essermi di grande aiuto, che ne pensa?”.

Confesso la mia impreparazione ad una telefonata del genere perché non mi capita praticamente mai.

Passo gran parte del mio tempo cercando di fare informazione e far capire ai professionisti cosa significa esattamente “marketing digitale” e quali benefici possono trarne. Non solo, nella quasi totalità dei casi la gente non capisce bene nemmeno cosa faccio e, nella migliore delle ipotesi, mi immagina come il “ragazzo di bottega” (nonostante la mia non più tenera età) che “fa siti web” o “pagine Facebook”. Figuriamoci.

Ma la mia sorpresa non finisce qui.

Conosco infatti tutti o quasi i professionisti del mio quartiere, che siano avvocati, architetti o commercialisti poco importa e il dott. Rossi lo conosco bene almeno per nome anzi, per reputazione professionale.

Si tratta di uno stimatissimo professionista, dottore commercialista, consulente fiscale e del lavoro, 63 anni, uno dei nomi più altisonanti non solo nel mio quartiere ma in tutta Roma nord. I suoi clienti? Una grande quantità di piccole e medie attività commerciali e imprese. In pratica, un negozio su 3 nel solo blocco dei miei palazzi è suo cliente. Non potrei non conoscerlo.

Mentre continua il mio stupore per l’inedita qualità della sua domanda (ma anche per il fatto che se è “un po’ in crisi” lui figuriamoci gli altri), rispondo “dottore, se vuole passo da lei nel tardo pomeriggio (non chiedo l’indirizzo, è noto a tutti) così scambiamo due parole ed approfondiamo un pò, va bene per lei?

Va bene. Anzi, va benissimo. Appuntamento fissato per le 18.

Verso le 17 provo ad inviare un WhatsApp per la conferma dell’appuntamento ma scopro che il cellulare del professionista non dispone del messenger (!). Invio allora una sms ma non ottengo risposta, quindi dò per scontato il principio del silenzio assenso e poco dopo esco da casa (e bottega).

La mia visita ed il nostro colloquio

Suono al campanello dello studio e mi apre una graziosa segretaria (parte di un team di 10 dipendenti) che senza troppi indugi e prima che riesca a darmi uno sguardo intorno mi fa accomodare nell’ufficio del dott. Rossi che mi accoglie con un radioso sorriso (!).

L’ambiente è una stanza di circa 30mq ove tutto lo spazio e coperto di faldoni e cartelle fino quasi al soffitto. Unico spazio libero (si fa per dire) una parte della scrivania del dott. Rossi, sulla quale spiccano due mattoncini Nokia 3310 (anno 2000) ed una piccola lampada. Di computer nemmeno l’ombra.

Chiedo il motivo di questa impressionante arretratezza e la risposta è che “i computer li usano i collaboratori e la mia email la controlla la segretaria”.

Lo ringrazio per avermi risparmiato la telefonata “stile Conad” e gli lascio la parola pregandolo di illustrarmi con esattezza:

  • la sua aspettativa di vita lavorativa (visti i suoi 63 anni)
  • i suoi problemi e obiettivi.

Molto sinteticamente risponde (mentre solleva la t-shirt a mezze maniche per pulire gli occhiali scoprendo la pancia):

Faccio questo mestiere da 37 anni e prima di me lo facevano mio padre e mio nonno. Finora ho lavorato bene e vorrei continuare a farlo per i prossimi dieci anni, per poi cedere lo studio visto che non ho figli.

I miei clienti sono per la stragrande maggioranza esercizi commerciali, qui in zona e su tutta Roma ma purtroppo, come può intuire, chiudono in continuazione. Ho dieci dipendenti, un appartamento usato come studio, due negozi affittati come magazzino, sei consulenti esterni da pagare ogni mese.

Risultato? Un brusco abbassamento del mio reddito e la difficoltà a rispettare gli oneri economici che derivano dalla gestione della mia attività professionale. Sono seriamente preoccupato per il futuro e credo che se non mi riorganizzo e non sfrutto le opportunità che mi vengono offerte oggi dalla tecnologia non riuscirò a sopravvivere per più di due anni. Pensa di potermi aiutare?”.

La sua espressione è quasi implorante e, confesso, provo un pò di tenerezza.

Soffocato dalle montagne di carta che mi circondano fino quasi a non farmi respirare e con gli occhi ancora spalancati per l’assenza di qualunque forma di tecnologia nella stanza, rispondo:

Dottore, mi perdoni ma devo risponderle con un’altra domanda: le sembra possibile che io possa aiutarla in queste condizioni?

Lei sente l’esigenza di innovare ed innovarsi, ma allo stesso tempo opera nel quotidiano con modalità che risalgono a 20 anni fa ed è totalmente sconnesso con la sfera digitale della quale non ha nessuna conoscenza non possedendo nemmeno un pc ed uno smartphone.

Potrei prenderla in giro per un’ora proponendole lungimiranti ed altisonanti strategie di presenza, comunicazione e marketing e mandandole domani un bel preventivo ma non lo ritengo nè corretto nè accettabile. Non sono venuto qui per spillarle denaro, quindi realisticamente le rispondo che no, in queste condizioni non posso aiutarla.

Mi guarda con aria triste e perplessa e gli occhi prima vivaci cambiano luce. E’ rammaricato perché consapevole della sua distanza abissale rispetto a qualunque forma di tecnologia (che pure tutti gli altri usano in studio) e quando il suo sorriso si spegne capisco che si sente perso perché intravede la morte lenta e inesorabile della sua attività di famiglia.

Ma dentro di sé non è affatto rassegnato, e insiste:

Ingegnere, mi lasci intravedere una prospettiva. Mi dica cosa posso e devo fare e, soprattutto, cosa può fare lei per venirmi incontro. Esiste un qualunque punto di partenza?

Non molla. E lo capisco bene. Fa il suo lavoro con passione da 35 anni e non ha affatto intenzione di andare in pensione, tanto più che dovrà cedere l’attività ad uno sconosciuto e non è sicuramente il tipo da circolo bocciofilo. Alle sue spalle le foto del padre e del nonno.

Epilogo

Non me la sento di andar via. Sono un consulente e un professionista che si qualifichi come tale risolve problemi ed offre soluzioni, purchè siano realistiche. Rispondo:

Dott. Rossi, di online e digitale non ne parliamo nemmeno. Semmai lo faremo in un futuro più o meno remoto.

Se vuole, visto che lei dovrà essere il regista di un processo complesso in futuro, deve essere disposto a cominciare da zero e sottoporsi ad una accurata alfabetizzazione informatica e tecnologica finalizzate a darle la completa padronanza dell’uso del pc e del cellulare, strumenti senza i quali non c’è futuro.

Il programma è quindi: acquisto immediato di pc e smartphone e tutte le ore di formazione necessarie affinchè ne acquisisca completa padronanza. Se mi dà la sua disponibilità io le dò la mia e le faccio da ‘ragazzo di bottega’. Che ne dice?”. Il marketing digitale viene rimandato ad libitum.

Sorride, gli occhi si sono riaccesi di un più che sottile entusiasmo.

Risponde: “Non potremmo cominciare domattina alle 8?”.

Non si rende conto che è venerdì pomeriggio e sono le 20:30.

Di | 2017-05-25T12:58:13+00:00 29 maggio 2017|Categorie: Tutti i Professionisti|

Note Sull'Autore:

Sono un ingegnere e dal 1994 mi occupo con entusiasmo di Comunicazione e Marketing su Internet. Oggi rivolgo la mia consulenza in via quasi esclusiva a professionisti e studi professionali di qualunque settore. Quando non sono davanti al mio PC mi diletto a passeggiare con la mia dolcissima cagnolina Lilli o ad incrementare una delle mie numerose collezioni in qualche mercatino dell'antiquariato

2 Commenti

  1. gatto paolo 29 maggio 2017 at 13:23 - Reply

    Quando mi dicono che i figli dei professionisti sono avvantaggiati, faccio loro esempi del genere; io ho vissuto la trasformazione in prima persona e l’ho gestita, i figli dei professionisti hanno subito le trasformazioni perché i genitori hanno continuato con i sistemi vecchi fino alla pensione. Chiaramente, dove comando io gestisco la situazione, ma dove comanda un altro rimango alla sua ombra.
    Risultato: i figli dei professionisti sono meno avvantaggiati di quanto si pensi

    • Paolo Ercolani 29 maggio 2017 at 13:49 - Reply

      Paolo grazie del suo commento.

      Diciamo che se da una parte chi eredità un’attività professionale ha sicuramente meno problemi in fase di avvio perchè ha già un portafoglio di clienti su cui poter lavorare, dall’altra sente il peso “prestazionale” di dover mantenere l’attività di studio agli stessi livelli che ha ereditato. Ciò naturalmente significa anche mantenere lo stesso livello di visibilità e reputazione professionale e oggi è sicuramente una bella sfida.

      La stessa “ansia da prestazione” non affligge chi, partendo in proprio da zero, fa una faticaccia ad avviare l’attività ma è il solo ed unico protagonista della costruzione della propria reputazione e quindi responsabile in solido di quanto viene costruito nel corso del tempo.

      Lo sa? Io sono uno di quelli che è partito da zero e ne sono contento perchè ogni singolo euro è il frutto di un processo lungo e difficile all’interno del quale sono l’artefice del mio destino e non devo nulla a nessuno… Non mi porto addosso quel peso che, come ho scritto nell’articolo, il professionista che ho incontrato manifestava in maniera evidente di soffrire e che in qualche modo ne condizionava le scelte.

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